La Circolare 5/E dell’Agenzia delle Entrate chiarisce gli strumenti disponibili per le imprese in difficoltà. Fabio Splendori sposta l’attenzione su ciò che viene dopo: utilizzare lo spazio finanziario recuperato per intervenire sulle cause della crisi.

Riorganizzare un debito fiscale può ridurre la pressione sulla cassa e restituire all’impresa un margine che sembrava perduto. Ma ottenere condizioni più sostenibili non significa automaticamente aver risolto la crisi.
La distinzione è decisiva. Il debito può essere una delle manifestazioni dello squilibrio senza esserne necessariamente la causa.
È da questa prospettiva che Fabio Splendori, Founder & Lead Partner di Splendori & Partners, legge le novità approfondite dalla Circolare n. 5/E del 16 luglio 2026 dell’Agenzia delle Entrate. Il documento interviene sui nuovi istituti del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, dalla composizione negoziata al concordato semplificato e al piano di ristrutturazione soggetto a omologazione.
Strumenti importanti, soprattutto per le imprese nelle quali l’esposizione verso l’Erario è diventata una componente rilevante della difficoltà. Ma il loro valore, nell’approccio di Splendori, dipende da ciò che l’azienda riesce a fare dello spazio ottenuto.
Ridurre la pressione finanziaria è un punto di partenza
Quando le scadenze diventano difficili da sostenere, la gestione quotidiana dell’impresa tende a concentrarsi sull’urgenza. La domanda dominante diventa come affrontare il pagamento successivo.
In questo scenario, intervenire sul debito può avere un effetto fondamentale: restituire tempo alla gestione.
Quel tempo, però, può essere utilizzato in due modi molto diversi. L’impresa può limitarsi a continuare a operare come prima, rinviando di fatto il problema, oppure può sfruttare la finestra ottenuta per capire perché non riesce più a sostenere i propri impegni.
È la seconda strada che, nella visione di Fabio Splendori, trasforma uno strumento finanziario in una componente del risanamento.
Un’esposizione fiscale può infatti essere collegata a problemi differenti: marginalità insufficiente, struttura dei costi troppo pesante, inefficienze operative, tempi di incasso incompatibili con quelli di pagamento o attività che continuano ad assorbire liquidità senza produrre risultati adeguati.
Intervenire sul debito senza correggere queste dinamiche significa rischiare di ritrovarsi davanti allo stesso squilibrio alla scadenza successiva.
Cinque domande per capire se il piano può reggere
Il punto non è soltanto stabilire quanto l’impresa possa pagare. Occorre comprendere da dove arriveranno le risorse necessarie per rispettare gli impegni assunti.
È qui che l’analisi si sposta dal debito al funzionamento dell’azienda. Tra le domande decisive:
- quali attività producono margine e quali, invece, lo stanno progressivamente riducendo;
- dove viene generata e assorbita la liquidità nel ciclo aziendale;
- se la struttura dei costi è ancora coerente con ricavi e volumi effettivi;
- quali processi generano inefficienze o rallentano l’operatività;
- quale capacità finanziaria futura avrà l’impresa quando dovrà sostenere gli impegni previsti dal piano.
La risposta non può arrivare da un solo indicatore.
È su questa lettura complessiva che Fabio Splendori lavora con la struttura di Splendori & Partners. Il contributo del team consente di mettere in relazione gli obiettivi economico-finanziari con ciò che accade concretamente nelle diverse aree dell’impresa, verificando se le previsioni siano compatibili con la capacità reale dell’organizzazione di realizzarle.
Il piano finanziario deve incontrare l’impresa reale
Una previsione può essere formalmente corretta e rivelarsi comunque insostenibile.
Se, per esempio, un piano presuppone una crescita della marginalità che l’attuale struttura commerciale non è in grado di generare, il problema non è finanziario: è operativo. Se prevede una determinata generazione di cassa ma l’impresa continua ad avere tempi di incasso troppo lunghi, quella previsione deve confrontarsi con la realtà del capitale circolante.
Lo stesso vale per i costi. Una riduzione troppo aggressiva può migliorare temporaneamente i numeri ma compromettere attività necessarie al rilancio. Al contrario, mantenere una struttura non più proporzionata ai ricavi può rendere impossibile rispettare gli impegni assunti.
Per questo Splendori & Partners interviene anche nella fase successiva alla definizione della strategia. Le professionalità coinvolte lavorano sulle aree emerse come critiche, traducendo gli obiettivi del piano in decisioni operative e verificandone progressivamente gli effetti.
Il risanamento assume così una dimensione diversa: non un documento che descrive ciò che dovrebbe accadere, ma un percorso nel quale previsioni, interventi e risultati devono restare coerenti tra loro.
«Avere uno strumento in più è importante, ma non basta. La domanda che un imprenditore dovrebbe porsi è cosa farà l’azienda dello spazio che riesce a ottenere. Se quel tempo serve a correggere le cause della crisi, può diventare parte del risanamento. Se serve soltanto a rinviare il problema, prima o poi lo squilibrio riemerge.» spiega Fabio Splendori.
Le nuove regole funzionano meglio quando la crisi emerge in tempo
La Circolare 5/E assume quindi rilevanza non soltanto per gli aspetti tecnici che chiarisce. Gli strumenti previsti dal Codice possono creare condizioni utili per affrontare una crisi, ma le possibilità a disposizione dell’impresa dipendono anche dal momento in cui decide di intervenire.
Un’azienda che conserva capacità operativa, rapporti commerciali, competenze interne e margini finanziari dispone generalmente di uno spazio di manovra maggiore rispetto a un’impresa che ha già compromesso queste risorse.
Il tempo recuperato attraverso uno strumento di gestione della crisi non equivale al tempo perso prima di intervenire.
È un punto centrale nella lettura di Fabio Splendori: riconoscere tempestivamente lo squilibrio permette di lavorare quando esistono ancora alternative e quando l’organizzazione conserva risorse sulle quali costruire il percorso.
Dal debito al risanamento: la differenza sta nell’esecuzione
I chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate contribuiscono a definire meglio il quadro nel quale le imprese possono affrontare anche il rapporto con il creditore fiscale. Ma nessuno strumento, da solo, può determinare la sostenibilità futura dell’azienda.
Quella dipenderà dalla capacità di recuperare marginalità, generare cassa, correggere inefficienze e costruire un assetto coerente con gli impegni assunti.
È qui che si incontrano la direzione di Fabio Splendori e il lavoro del team di Splendori & Partners: leggere lo squilibrio, individuare le priorità e portare gli interventi dentro l’impresa, verificando che il piano trovi riscontro nella gestione reale.
Riorganizzare il debito può restituire tempo. Il risanamento comincia quando quel tempo viene trasformato in cambiamento.